È necessario avere molto chiaro i confini e l’obiettivo della nostra pratica meditativa. All’inizio praticavo una meditazione guidata e questo mi ha aiutato a prendere il ritmo. Da soli è impossibile iniziare. Poi le fasi si alternano e l’orizzonte si chiarisce. Arrivo dal buddhismo in cui la meditazione è chiamata così (anche se in pali e sanscrito si chiama bhavana). Si chiama così il sedersi a fissare un muro bianco nello Zen giapponese, il sedersi a visualizzare o a recitare mantra nel buddhismo tibetano, il sedersi a respirare con un focus sulle narici (come nello Yoga) per il buddhismo Zen vietnamita di Thich Nhath Hahn… Nell’esicasmo – pratica dell’ortodossia cristiana – è la ripetizione di un “mantra”, la Preghiera di Gesù. Semplifico molto. Ma è quella cosa in cui si sta seduti e si mette in funzione bocca, naso, orecchie, mente. Stop.
Anche nello Yoga facciamo pratiche meditative che non chiamiamo «meditazione» perché quella sappiamo essere uno stato della mente. Visualizziamo la fiamma di una candela, pronunciamo mantra, ascoltiamo il respiro… In più, siccome siamo nella via tantrica di Swami Satyananda, usiamo i cinque sensi per trascenderli, usiamo le mani in Nadi Shodhana o nello Shanmuki Mudra o Yoni Mudra; poi usiamo il respiro in modo pervasivo, ascoltiamo l’aria che va in tutto il corpo. Insomma, anche nelle fasi statiche, il focus non è sulla mente, sul pensiero, sulla riuscita della “meditazione”, ma sull’ascolto interiore. Questo è un distinguo fondamentale tra lo Yoga e le altre pratiche.
Se ci alziamo dalla meditazione e siamo calmi, a noi non interessa più di tanto. Ci fa piacere, ma è piuttosto il resto della nostra giornata che ci dirà qualcosa di noi, proprio in rapporto a quel momento di silenzio. E la difficoltà – la pratica appunto – sarà osservare questo qualcosa e accoglierlo. Quel momento di calma cioè non sarà un rifugio, ma un possibile ampliamento del focus interiore, un risveglio, un rendere la mente più chiara. Abbiamo una missione che è quella di essere utili all’umanità, al mondo, alla Storia, non quella di stare più calmi e socialmente accettabili. Il nostro obiettivo è realizzare il sé, la nostra vera natura. Questo è Yoga.
Abbiamo la missione di diventare più autentici, non affettati nei modi e nelle parole. Non apparire calmi senza esserlo. Shiva, l’inventore dello Yoga secondo il mito, è una divinità che assume anche le fattezze di Rudra, una sorta di selvaggio. Shiva distrugge non per il gusto di farlo, ma per fare chiarezza, per portare luce e rinnovamento. “Rade al suolo” e ci induce a ricostruire dalle ceneri. Usciamo dalla meditazione e ci arrabbiamo? Osserviamo e andiamo oltre. Ci interroghiamo sul perché – senza giustificarci né condannarci – su cosa ha causato la nostra rabbia, su come si è evoluta, su quali condizionamenti sedimentati nell’inconscio (i samskara) ci stanno condizionando, eccetera.
Sedersi a respirare, a recitare i mantra è utile, non utilitaristico. C’è una violenza insita nell’utilitarismo, l’usare le pratiche per il nostro tornaconto, seppure il più degno. È utile smascherare questa eventuale nostra intenzione e nessuno può farlo se non noi nel nostro intimo, nella nostra osservazione.
Osservare che non siamo sereni, siamo ansiosi, siamo inquieti, è parte della pratica. Inizia alla fine della pratica e finisce all’inizio della pratica successiva. Introdurre uno o due asana o più asana all’inizio o alla fine della recita dei mantra del mattino ci fa ricordare che il nostro corpo collabora con noi e che è il mezzo attraverso il quale possiamo andare a fondo nella nostra indagine. Quindi c’è una bella differenza tra il far diventare lo Yoga una pratica dinamica e togliere il corpo dallo Yoga. Oggi che è iniziata la lenta esplosione della bolla dello Yoga dinamico – e stiamo creando un modo contemporaneo di riscrivere la tradizione – non possiamo non ricordare che il corpo è parte di questo progetto. Ma è nell’immobilità che avviene il cambiamento. Nel restare seduti come statue o in un asana qualsiasi, immobili a lungo.
Un articolo sulla meditazione che è apparso su Internazionale tempo fa diceva che in Germania ci sono un sacco di casi di persone che perdono i riferimenti di sé perché fanno pratiche meditative estreme e fai-da-te. A che pro? È la mia domanda, una domanda eretica, lo so. Ma la domanda è sempre: perché farlo?
Non possiamo dimenticare che Yoga è quell’insieme di pratiche che non mortificano il corpo, che non vogliono imbrigliare la mente o i sensi, che non ci chiedono di essere persone socialmente accettate e incensate, ma socialmente utili. Noi possiamo cambiare il mondo e per fare questo proviamo a cambiare noi stessi entrando in sintonia con noi stessi, vivendo l’armonia e portando l’armonia al mondo con i nostri gesti e le nostre azioni. Quando ci riesce, quando si può. Tutto il resto è New Age.


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