Una recente ricerca condotta dal Censis per la Conferenza Episcopale Italiana offre una panoramica dettagliata sul rapporto degli italiani con il cattolicesimo e la Chiesa. La qual cosa ci interessa per fare ragionamenti sul tema. Il 71,1% della popolazione si dichiara cattolico, con diverse gradazioni:
- 15,3% praticanti.
- 34,9% occasionalmente partecipanti alle attività della Chiesa.
- 20,9% cattolici non praticanti.
Tra i giovani (18-34 anni), la percentuale di cattolici scende al 58,3%, e i praticanti rappresentano solo il 10,9%. Il 79,8% degli italiani riconosce nella propria formazione una base culturale di ispirazione cattolica.
Giuseppe De Rita, presidente del Censis, sottolinea che il distacco di molti dalla Chiesa sia legato sia all’individualismo diffuso sia all’incapacità della Chiesa di proporre una visione trascendente. Nonostante l’Italia sia ancora culturalmente legata al cattolicesimo.
Un altro sondaggio, stavolta di Demos per la Repubblica, evidenzia che solo il 15% degli italiani ritiene che la Chiesa abbia un ruolo guida “molto importante” nel Paese e meno del 40% degli italiani ritiene oggi rilevante l’insegnamento della Chiesa su temi morali e di vita (valori, famiglia, sessualità). La situazione cioè è meno “rosea” per la Chiesa di Roma di quanto cerchino di far credere. Nella sostanza, i cattolici sono solo il 15 per cento dei battezzati. Gli altri, con sfumature diverse, hanno un piede fuori.
L’analisi di quest’ultimo sondaggio spiega che l’erosione del legame storico-culturale con il cattolicesimo potrebbe essere attribuito a fattori come il cambiamento delle sensibilità sociali, la secolarizzazione e una percezione della Chiesa come meno rilevante o in sintonia con la modernità. In generale le religioni tradizionali, soprattutto in Occidente, stanno perdendo la loro capacità di fornire risposte convincenti ai bisogni spirituali contemporanei. La rigidità dogmatica o la percezione di arretratezza contribuiscono al distacco.
Le cause, insomma, sono più complesse e non è solo “colpa” dell’individualismo. Scoprire altri mondi, altre possibilità, percepire come vere per se stessi delle esperienze e delle religioni altre rispetto al cristianesimo non è sintomo di individualismo, ma di un “cambiamento delle sensibilità sociali”, per dirla come i sociologi. Tutte le religioni stanno affrontando questa sfida, cioè quella di uscire dalle rigide cinta di mura dell’istituzione per andare incontro al nuovo modello di donna e uomo che è sorto in questo scorcio di secolo. Che può piacerci o meno, ma questo è e – tutti – dobbiamo farci i conti.

La spiritualità dell’uomo del terzo millennio è una ricerca personale. Il fatto che non sia più mediata da istituzioni religiose, è segno che le persone cercano di costruire un senso del sacro in base alle proprie esperienze e necessità. Certo, questo comporta una frammentazione delle credenze con il rischio che molte persone combinino elementi di diverse tradizioni (sincretismo spirituale) e creino un sistema di valori personale e talvolta discutibile.
L’uomo moderno cerca il divino nelle relazioni umane, nella connessione con la natura e nella comunità, un approccio che enfatizza valori come l’empatia, l’uguaglianza e la sostenibilità ambientale. È una risposta alla crisi ambientale, che ha fatto riscoprire a molti un senso di spiritualità legato alla natura visto come un luogo sacro da proteggere. Questo si manifesta in movimenti come l’eco-spiritualità, che unisce ambientalismo e ricerca interiore.
E poi c’è una nuova spiritualità laica che si manifesta attraverso valori umanistici e civili, come la giustizia sociale, la solidarietà e l’impegno etico. La ricerca del bene comune diventa un’espressione di trascendenza.
Le sfide della nuova spiritualità, insomma, sono molteplici: la mancanza di guide competenti nasconde moltissimi rischi, alcuni anche molto gravi. Il proliferare delle sette e di chiese autocefale (cioè create e gestite da un solo pastore, una caratteristica delle esperienze evangelicali, per esempio) rappresenta un sintomo di bisogno di dipendenza spirituale che è perfettamente sovrapponibile a quella cattolica di 100 anni fa. Cambia la veste, cambiano le parole, ma l’atteggiamento di fiducia irrazionale verso “un uomo che incarna il divino” è la stessa. Per non parlare del rischio di mercificazione, di una spiritualità ridotta a un prodotto o servizio da acquistare (corsi, app, ritiri esclusivi, eccetera).
La spiritualità dell’uomo del terzo millennio non è una rinuncia al trascendente, ma una sua riscoperta attraverso forme nuove. Una nuova autodeterminazione che necessita una maggiore presa di coscienza e una conoscenza critica delle istituzioni che hanno sostituito quelle ecclesiali. È necessario conoscere, è necessario informarsi, studiare, chiedere; è necessario difendersi dalle truffe, Internet aiuta e anche istituzioni come il Cesnur o anti ciarlatani come il Cicap; è necessario, poi, ricordarsi quello che diceva Sant’Agostino e cioè che «la verità abita nel cuore dell’uomo»: nessuna istituzione potrà mai “salvarci da noi stessi”. Questa è una cosa che possiamo solo fare noi. Questa è laicità, questa è assunzione di responsabilità. A prescindere da atei e credenti.

Nel secondo capitolo della «Bhagavad-gita» si gettano le basi di una prospettiva completamente ribaltata rispetto a quella dell’Occidente: se costruiamo il nostro progetto politico, sociale, scolastico, ecc. dimenticandoci dell’essenza del nostro essere allora sarà arduo cogliere davvero ciò che di bello c’è in questo mondo

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